La carbon footprint, o impronta di carbonio, misura le emissioni di gas serra associate a un’attività o a un prodotto. In agricoltura riguarda anche decisioni molto concrete: come nutrire le colture, quali interventi effettuare in campo e come utilizzare i macchinari.
Fertilizzanti, biostimolanti e lubrificanti entrano in queste scelte con funzioni differenti. Approfondire alcune formulazioni permette di capire come la nutrizione delle piante e la manutenzione delle attrezzature possano inserirsi in una gestione più efficiente delle risorse. Il collegamento con le emissioni richiede però di guardare all’intero processo produttivo, dalla quantità di prodotti impiegati al raccolto ottenuto.
Che cosa comprende l’impronta di carbonio agricola?
La carbon footprint si esprime in chilogrammi o tonnellate di CO₂ equivalente. Questa unità consente di confrontare l’impatto climatico dell’anidride carbonica con quello di altri gas, come metano e protossido di azoto.
Le fonti di emissione cambiano secondo l’attività aziendale. Negli allevamenti hanno un peso i processi digestivi dei ruminanti e la gestione dei reflui; nelle coltivazioni incidono, tra gli altri fattori, la fertilizzazione e i consumi energetici. Il calcolo può includere anche la produzione e il trasporto dei mezzi tecnici acquistati.
Secondo la FAO, nel 2023 i sistemi agroalimentari hanno generato 16,5 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, pari al 32% delle emissioni antropiche globali. Il dato riguarda l’intera filiera agroalimentare e i cambiamenti d’uso del suolo, oltre alla produzione agricola.
Per la singola azienda, una distinzione è particolarmente utile: le emissioni complessive e quelle per chilogrammo di prodotto raccontano aspetti diversi. Un’annata con un raccolto scarso può presentare consumi inferiori, ma un’impronta maggiore per unità prodotta. Per questo la valutazione deve mettere in relazione risorse utilizzate e risultati.
Nutrire meglio le colture: perché la precisione conta
Una parte delle emissioni agricole è legata all’azoto. Nel terreno, i microrganismi trasformano i composti azotati attraverso processi che possono produrre protossido di azoto, un gas serra. Quantità distribuite, condizioni del suolo e momento dell’intervento influenzano questi processi.
L’IPCC evidenzia l’importanza di sincronizzare la disponibilità di azoto con la domanda delle colture. Analisi del terreno e piani di fertilizzazione aiutano quindi a evitare apporti eccessivi o effettuati quando la pianta non riesce a utilizzarli efficacemente.
La nutrizione richiede però attenzione anche agli altri elementi. Una carenza specifica può limitare lo sviluppo della pianta e non si risolve semplicemente aumentando una concimazione generica.
È in questo contesto che si colloca, ad esempio, Ionifoss Zn Mn, formulato Cifo presente su Merkatissimo a base di zinco e manganese. La scheda del produttore riporta il 5,2% di zinco e lo 0,5% di manganese solubili in acqua e lo indica per l’apporto di questi microelementi attraverso foglie, radici e semi.
L’esempio aiuta a comprendere il principio della nutrizione mirata: individuare quale elemento serve e intervenire su quella esigenza. Il suo rapporto con la carbon footprint passa dalla gestione complessiva della coltura; non permette, da solo, di attribuire al prodotto una riduzione delle emissioni.
Calcio, magnesio e qualità del raccolto
L’efficienza produttiva riguarda anche la quota di raccolto che arriva a essere utilizzabile e commercializzabile. Se una parte della produzione viene scartata, una parte delle risorse impiegate per coltivarla non si traduce in prodotto disponibile.
La gestione delle carenze nutrizionali può quindi avere rilievo anche per la qualità. Un caso è Calcisan Green, che combina calcio e magnesio con componenti dell’alga Macrocystis integrifolia. Il produttore dichiara il 13% di ossido di calcio e il 2% di ossido di magnesio solubili in acqua. Nella formulazione, i nutrienti sono complessati dagli alginati, polisaccaridi dell’alga: secondo Cifo, questa caratteristica ne favorisce l’assorbimento e la traslocazione nei tessuti vegetali.
Il produttore lo indica per fisiopatie legate a carenze di calcio e magnesio, citando, tra gli esempi, il marciume apicale del pomodoro e la butteratura amara del melo. Queste alterazioni fisiologiche possono compromettere la qualità del raccolto.
Il possibile legame con l’impronta di carbonio è quindi da verificare attraverso la produzione utilizzabile: se si riducono gli scarti, cambia il rapporto tra risorse consumate e prodotto ottenuto. Nel bilancio vanno comunque inclusi anche il trattamento aggiuntivo e i suoi consumi.
Che cosa fanno gli estratti di alghe?
Gli estratti di alghe sono interessanti perché la loro funzione può andare oltre il semplice apporto di nutrienti. Contengono sostanze che, secondo la formulazione, vengono impiegate per sostenere processi fisiologici e risposte della pianta alle condizioni ambientali.
Un esempio è Macys BC 28, biostimolante Cifo, a base di Macrocystis integrifolia. La scheda tecnica descrive una sospensione concentrata contenente componenti dell’alga, tra cui carboidrati come l’acido alginico, e indica applicazioni fogliari in fasi quali prefioritura, postallegagione e accrescimento dei frutti.
Secondo il produttore, il formulato è destinato a sostenere lo sviluppo di radici e germogli e la risposta agli stress ambientali e fisiologici. Il momento dell’intervento conta: le esigenze della pianta cambiano durante il ciclo colturale e il trattamento deve avere un obiettivo agronomico definito.
Per valutare gli effetti sulla carbon footprint occorre poi confrontare resa, consumi e condizioni produttive. Una migliore risposta allo stress può essere interessante per la gestione della coltura, ma la riduzione delle emissioni richiede una misurazione specifica.
Macchinari: distinguere consumi e trattamento degli scarichi
Il gasolio utilizzato durante le lavorazioni contribuisce direttamente alle emissioni di CO₂. Organizzare gli interventi, evitare passaggi superflui e mantenere efficienti le attrezzature sono quindi aspetti da considerare nel bilancio aziendale.
Anche il lubrificante deve essere scelto in funzione del mezzo. Oleoblitz Hercules HD-6 10W-40, è ad esempio un olio motore diesel low SAPS, con contenuto ridotto di ceneri solfatate, fosforo e zolfo. La sua formulazione è indicata per la compatibilità con diversi sistemi di trattamento dei gas di scarico, comprese applicazioni fuori strada, nel rispetto delle specifiche del costruttore.
Qui è utile distinguere due aspetti: la protezione dei sistemi di trattamento degli scarichi e il consumo di carburante. La compatibilità del lubrificante con questi sistemi non dimostra automaticamente una minore emissione di CO₂. Per capire se cambia l’efficienza del mezzo bisogna osservare consumi, ore di lavoro e condizioni operative.
Perché la carbon footprint sarà sempre più importante?
La mitigazione dei cambiamenti climatici e la gestione sostenibile delle risorse naturali rientrano tra gli obiettivi della PAC 2023-2027. Per le imprese agricole, conoscere le proprie prestazioni ambientali può aiutare a orientare gli investimenti e a documentare i risultati quando vengono richiesti dai partner di filiera.
Il lavoro parte da informazioni già vicine alla gestione quotidiana: fertilizzanti distribuiti, trattamenti effettuati, gasolio consumato, rese e scarti. Collegare questi dati consente di capire se un cambiamento ha migliorato la produzione e con quali conseguenze sulle emissioni.
La scelta dei prodotti trova il suo significato dentro questa valutazione: una formulazione va considerata per ciò che contiene, per la funzione che svolge e per il risultato ottenuto nelle condizioni reali dell’azienda.